Il digitale è caro!

«Il digitale è caro» Nella Bergamasca 38 sale rischiano l’ultimo spettacolo

 

Ci sono 38 sale cinematografiche bergamasche che dal prossimo anno rischiano di chiudere, perché non saranno più in grado di proiettare film. A partire dalla fine del 2013 i film non saranno più distribuiti su pellicola, ma solo in formato digitale.

Le piccole sale che non sono riuscite ad aggiornare le loro apparecchiature non potranno più proporre i nuovi film in uscita. «Non è come il passaggio al digitale della tv, è un processo più graduale, che dipende dalle varie case. Però è irreversibile, anche se speriamo che proceda il più lentamente possibile», spiega Pierluigi Majer, responsabile amministrativo di Sas (servizio assistenza sale cinematografiche) Bergamo.

Le sale della comunità, gestite dalle parrocchie, sono ormai pressoché l’unica alternativa alle grandi multisale, soprattutto in paesi piccoli o isolati. Non funzionano solo come cinema, ma come teatri, sedi di feste, concerti e centri di aggregazione per diverse attività, svolgendo una funzione sociale importantissima.

«I film sono ancora la cosa più duttile e dinamica da poter proporre, non necessitano di un’organizzazione macchinosa e tengono vive le sale. Rimanere senza sarebbe come avere un appartamento con una stanza chiusa: si può usare ancora, ma passa la voglia», commenta Majer.

I costi per la digitalizzazione non sono indifferenti: circa 50 mila euro, più Iva. Una spesa ingente

per una piccola comunità e che in certi frangenti per le parrocchie può non essere considerata prioritaria. «La cultura non è mai un investimento sprecato: la sala della comunità, fin dal dopoguerra, è uno strumento importante per la Pastorale – spiega don Emanuele Poletti, direttore di Sas Bergamo e dell’ufficio per la Pastorale dell’età evolutiva – . Con le persone giuste ad animarla è una risorsa impagabile, pensiamo a tutti i percorsi formativi che si possono realizzare. La cifra per digitalizzare, però, non è così abbordabile, specie per parrocchie che magari hanno già debiti per sistemare altre strutture».

Si tentano tutte le strade per combattere l’impoverimento culturale, e non lasciare che il cinema venga completamente monopolizzato dalla manciata di multisale presenti sul territorio, che per forza di cose escludono una fetta di popolazione – anziani, bambini e chiunque non sia motorizzato – dall’offerta cinematografica. “Non crediamo di dover rimanere aperti per forza, - dice ancora Majer - ma ci piacerebbe poter essere apprezzati per le proposte che sappiamo offrire e che sono diverse da quelle di un grande cinema di catena, dove non si sa neanche quale film si andrà a vedere, perché magari c’è coda e non si riesce a entrare. Parliamo di sale gestite perlopiù da volontari, che funzionano e lavorano 7-8 mesi l’anno, proponendo film ogni fine settimana».

(Marina Marzulli, da L’Eco di Bergamo del 27/09/2013)

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